Prove tecniche di distruzione di Finmeccanica

In dieci anni Pier Francesco Guarguaglini aveva trasformato una conglomerata tecnicamente fallita in una holding tra le prime dieci al mondo in settori ad alta tecnologia come l’aerospazio, la difesa, i trasporti e l’energia, seconda entità industriale italiana e prima nelle spese per ricerca e sviluppo. Un anno e mezzo fa ne erano convinti tutti. Talvolta anche in maniera troppo ostentata. Poi la catastrofe. di Pietro Romano
8 AGO 20
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Quando Guarguaglini arrivò a piazza Monte Grappa aveva due strade davanti a sé: la liquidazione, in stile Efim, oppure la crescita nei settori più profittevoli, dove fare massa critica. Purtroppo, in cassa non possedeva risorse. Di conseguenza, dall’acquisizione della società elicotteristica britannica Westland (per creare l’AgustaWestland, la società del gruppo che oggi va meglio) all’americana Drs, tutto o quasi è stato comprato a debito. In realtà, Guargua, come lo chiamano nel palazzone in vetro e cemento a due passi dal Tevere, era intenzionato a scorporare le attività civili (trasporti, energia) che, nel suo progetto, sarebbero dovute confluire in un’altra holding, Fincivile, magari assieme a Fincantieri. La politica (che a Finmeccanica ha il suo peso: il Tesoro la controlla con oltre il 30 per cento delle azioni e la golden share) gli disse di no. Questo no ha pesato in seguito nel bene e nel male. Da un lato, Ansaldo Breda, che produce treni, ha perso un miliardo in quattro anni. Dall’altro, il civile è servito a fare cassa, con la quotazione del segnalamento ferroviario, Ansaldo Sts, o la vendita del 45 per cento di Ansaldo Energia la scorsa primavera. Metà del ricavato da quest’ultima vendita è finito, in maniera poco lungimirante, per pagare il dividendo e accontentare il Tesoro.
Proprio il debito accumulato per fare acquisizioni – oggi arrivato a quota 3 miliardi – è il macigno che pesa su Finmeccanica. Fino all’anno scorso, però, con 18,5 miliardi di fatturato, 22 miliardi di ordini acquisiti solo nel 2010 e un portafoglio di 48 miliardi che vale due anni e mezzo di lavoro il debito era pienamente sostenibile. I numeri emersi nei primi nove mesi del 2011 e il peggioramento ulteriore annunciato martedì dall’ad, Giuseppe Orsi, cambiano la situazione. In realtà, spiegano alcuni analisti, un debito di tre miliardi in rapporto a un patrimonio superiore ai sette in condizioni normali non è drammatico. La situazione è mutata con il downgrading delle agenzie di rating seguito al declassamento dell’Italia. Nei conti dei primi nove mesi del 2011 appare un maxi accantonamento di 753 milioni per oneri non ricorrenti nel comparto aeronautico, che ha portato le perdite della holding a 358 milioni. Insomma, pare che il contratto con la Boeing per la realizzazione dell’avveniristico aereo in fibra di carbonio della Boeing, il 787 Dreamliner, sia stato un errore sia tecnico (i danni richiesti dal gruppo americano ammontano a 161 milioni) sia manageriale, visto che al progetto si lavora in perdita. Perché, però, zavorrare i conti in un anno già infelice quando i pagamenti si spalmeranno presumibilmente su diversi anni?
Orsi ha anche annunciato che i conti di fine anno volgeranno ancora più al brutto. Ci sarà da accantonare, per esempio, i soldi che le Ferrovie danesi potrebbero chiedere per presunte inadempienze su forniture di treni e anche i soldi necessari a realizzare il progetto di SuperSelex, sacrosanto peraltro per evitare doppioni e concorrenza interna, già avviato a inizio anno.
Finmeccanica sta pagando una crisi che dura da tre anni e che è arrivata, quindi, anche nei settori anticiclici. Molti critici di Guarguaglini sostengono che Drs è stata pagata troppo cara.
Eppure la francese Thales aveva offerto di più, ma la Casa Bianca ha bloccato la vendita per motivi politici. Purtroppo, l’acquisto fu formalizzato a ottobre del 2008, alla vigilia del crac di Lehman Brothers. Fosse avvenuto qualche mese dopo, probabilmente Finmeccanica avrebbe spuntato uno sconto consistente o non avrebbe comprato Drs, che comunque permette al gruppo di essere considerato “domestico” nel più importante mercato mondiale degli armamenti, quello Usa. La crisi finanziaria ha stretto, poi, i bilanci pubblici occidentali proprio in settori dove l’investimento statale è indispensabile, dalla difesa allo spazio e alle infrastrutture. Inoltre, l’Italia (e altri paesi) hanno fermato i progetti nucleari.
Finmeccanica ha cercato e trovato nuovi mercati, più solvibili, ma anche su questo fronte il 2011 si conferma un annus horribilis precipitato sulla testa del gruppo e del nuovo ad. La guerra in Libia ha bloccato commesse per un miliardo nei soli settori civili: sensori per i confini, elicotteri per la protezione civile, treni. E nel nord Africa e l’intero medio oriente le rivolte hanno congelato numerosi altri accordi. Come se non bastasse, le frizioni seguite alla mancata estradizione del terrorista rosso Cesare Battisti hanno bloccato anche contratti del valore in Brasile.
A pesare di più su Finmeccanica gestione Guarguaglini è stato però il fronte interno politico, mediatico e giudiziario. A dare la stura alle polemiche sono state le inchieste della magistratura. Per mesi Finmeccanica ne è stata al centro. A conti fatti, nell’affare Digint (costituzione di presunti fondi neri), in cui era stata coinvolta dal duo Mokbel-Cola, nessun uomo del gruppo è stato rinviato a giudizio. Da tutta una serie di casi nei quali stampa e tv hanno sguazzato (dalla P4 a Tarantini) non è mai emerso nulla di rilevante a carico di Guarguaglini e dei suoi collaboratori, ma solo chiacchierate telefoniche di millantatori che assicuravano entrature a piazza Monte Grappa. Rimane aperta solo l’inchiesta Enav nella quale è coinvolta la moglie di Guarguaglini, Marina Grossi, ma solo come ad di Selex Sistemi Integrati, nella logica del “non poteva non sapere”. Da due documentati e recenti volumi sulla corruzione nel mercato della difesa – “Armes de corruption massive” di Jean Guisnel e “The Shadow World: Inside the Global Arms Trade” di Andrew Feinstein – Finmeccanica appare solo di straforo e sempre come vittima di frodi dei suoi grandi concorrenti internazionali. Ma proprio su queste indagini, finora dimostratesi inconcludenti, si è scatenato il can can del circo mediatico, che non ha visto l’ora di gettarsi su un gruppo “che fabbrica armi”. Come dimostra la conclusione assolutoria del caso Digint, di cui non è stato scritto quasi nulla, dimostrando anche una robusta dose di malafede. A sua volta la politica ha fatto la propria parte. Ambienti vicini al centrodestra e a Giulio Tremonti – che era contrario all’acquisizione di Drs e alla grande Finmeccanica ma non ha mai nutrito rancori verso Guarguaglini e non ha organizzato congiure per estrometterlo – avevano sognato la spallata giudiziaria per sistemare un loro uomo a piazza Monte Grappa estraneo al gruppo. E non hanno difeso l’azienda. Infine non aiuta Finmeccanica la scarsa sensibilità dei militari italiani verso i prodotti nazionali, diversa da quella di paesi come la Francia o il Regno Unito.
Ma chi può giovarsi della crisi di Finmeccanica? Certamente i mercati, puntando al ribasso. Probabilmente anche i concorrenti internazionali. Non è un mistero per nessuno che la Francia, sia pure alleata con Finmeccanica in alcuni settori, dagli aerei regionali allo spazio e ai missili, non ha mai guardato di buon occhio la crescita del gruppo italiano e, come dimostra il tentativo di acquisire l’azienda motoristica Avio (di cui Finmeccanica detiene il 14 per cento), appetisce molti gioielli italiani del comparto. E nello stesso Regno Unito ci sono ambienti che non hanno digerito il rafforzamento del gruppo italiano nel loro paese. Complice la debolezza politica italiana dell’ultimo anno e mezzo, un’intesa italo-britannica nella difesa è stata ribaltata a favore di un’alleanza franco-britannica che ha già fatto il pieno dei finanziamenti destinati alla ricerca europea. Di certo, Finmeccanica è oggi in mezzo al guado. Dovrebbe e potrebbe essere la politica a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Molti progetti in cui il gruppo ha un ruolo importante, come il programma europeo Galileo, daranno frutti a medio termine. Mentre si stanno sbloccando diversi mercati internazionali, come appunto il nord Africa, il medio oriente, il Sudamerica. Si vedrà. Intanto un’infernale catena di cattiva politica e di cattiva giustizia, in alleanza con la concorrenza di mercato, ha fatto la sua parte traente.
di Pietro Romano